Quello della donazione-trapianto degli organi è sicuramente uno degli argomenti più “scottanti” e importanti su cui ci troviamo a riflettere da qualche anno, e la poca informazione fa sì che non se ne parli con la dovuta attenzione: in misura diversa si può pensare che la “colpa” di questa negligenza sia da imputare sia ai giornalisti, sia a coloro che si occupano della materia.
Non si tratta di un j’accuse, ma è un grido d’allarme per cercare di far conoscere al maggior numero di persone un argomento così delicato: dovrebbe esserci una sinergia di forze tra tutti gli organismi preposti, per far sì che siano definitivamente sfatati alcuni tabù. Dopo aver affermato che le attività di trapianto costituiscono un obiettivo del servizio sanitario nazionale, la Legge pone l´accento sul diritto-dovere d´informazione, considerandolo l´elemento essenziale e necessario affinché ciascun individuo possa prendere una decisione con piena coscienza e consapevolezza.
Ogni volta che si parla di organi prelevati a persone in coma bisogna sapere, e far sapere, che è una notizia non solo imprecisa, ma radicalmente falsa: gli organi si prelevano esclusivamente a individui clinicamente morti (di qui la distinzione tra coma irreversibile e morte cerebrale: dal coma ci si può anche svegliare, la morte cerebrale è accertata tramite esami neurologici e cardiaci). Ecco perché è indispensabile usare un linguaggio corretto su un argomento così delicato; il rischio, altrimenti, è di continuare a fomentare tra la popolazione l´assurda ed infondata paura che dichiararsi donatori equivalga a correre il pericolo di vedersi "rubare" gli organi quando esiste ancora qualche speranza di sopravvivenza.
Per questo è più importante che mai il ruolo dei giornalisti, ruolo fondamentale perché chiamati ad esporre in maniera semplice e corretta tutte le varie fasi che regolano questa materia.
Oggi si trapiantano con successo i reni (solitamente uno per ogni ricevente), il fegato, il cuore, i polmoni (uno o tutti e due), il pancreas da solo oppure associato ad un rene, il cuore e i polmoni insieme; per i tessuti quali il midollo osseo, le cornee, la pelle, segmenti di osso o di vasi sanguigni è più corretto parlare di innesto e non di trapianto. I risultati sono eccellenti in termini di durata e qualità della vita: infatti, a cinque anni dal trapianto, sopravvivono il 72% dei trapiantati di fegato e il 65% dei trapiantati di cuore e la percentuale di reni trapiantati funzionanti è del 67%. Ad un anno dal trapianto, infine, sopravvivono l´89% dei trapiantati di polmoni.
Questi sono solo alcuni dati per dimostrare che i trapianti funzionano, e non soltanto dal punto di vista numerico: infatti è importante sottolineare quanto sia “coinvolgente” il rapporto che si instaura tra la famiglia del donatore e chi riceve, perché è lecito pensare che una parte del defunto continui a vivere in un altro corpo, dando forse un minimo di forza e di serenità a chi ha perso una persona cara.
Non penso possa esistere, come gesto più grande di altruismo, donare una parte di sé per permettere a qualcun altro di continuare a vivere, e questo pensiero dovrebbe spronare tutti noi a non avere dubbi, a sensibilizzare gli scettici e considerarlo, anzi, come un autentico atto d’amore.
Daniele De Santis